Guerra o pace? 
(un articolo che mi è piaciuto - PK) 
"GUERRA O PACE?": UNA DOMANDA INGANNEVOLE 
 
Si sta avvicinando il momento, assai probabile, in cui gli Stati Uniti e i loro alleati dichiareranno guerra all'Iraq. Come in ogni Stato democratico è da tempo cominciato il dibattito tra chi è favorevole all'intervento armato e chi no. Semplificando un po', per distinguere tra queste due opposte fazioni, spesso si usano i termini "interventismo" e "pacifismo". 
Per quanto riguarda il primo di essi è tutto piuttosto chiaro: c'è chi ritiene giusto che per ridurre le minacce del regime di Saddam nei confronti delle democrazie occidentali sia necessaria la drastica decisione dell'uso della forza. Certo, qualora prevalesse tale posizione, non mancherebbero gli effetti collaterali, specie ai danni di persone inermi e innocenti, ma la contropartita potrebbe consistere in una maggiore sicurezza internazionale ed anche nella fine di una dittatura oppressiva per gli stessi Iracheni. In sintesi, chi oggi è propenso all'intervento armato pensa che la guerra possa essere il male minore, necessario per compiere un piccolo passo verso la concordia (e quindi la pace) tra i popoli. Non è detto però, che arrivi alla medesima conclusione in un contesto differente: fermi restando il suo grado di informazione e la sua mentalità, l'uso della forza da parte degli Stati Uniti di turno contro il Saddam di turno potrebbe non essere più pensato come il male minore. 
Il discorso è assai diverso quando si parla di "pacifismo" e "pacifisti". Il pacifismo è una filosofia di pensiero che esclude per principio l'uso della violenza come metodo di risoluzione delle controversie tra Stati; di conseguenza per ogni scenario possibile vengono precluse a priori alcune strade a favore di altre. E' però un ragionamento valido in qualità di invito al buon senso e per gestire conflitti non ancora sfociati nella violenza: così come si insegna a due bambini a condividere i giochi anziché contenderseli litigando, così si chiede ai potenti di tutelare i propri e nostri interessi con oculatezza, giudizio e moderazione e ai popoli di far valere legittimi diritti usando la forza e la costruttività di parole e dibattiti. Ma la moderazione può essere controproducente quando una situazione è già precipitata, quando i potenti o i popoli hanno già irresponsabilmente e irreparabilmente dato fuoco alla miccia: purtroppo il mondo è pieno di scenari apocalittici o quasi. All'origine di questi, certo, c'è la mancanza dei principi auspicati dal pacifismo, ma non è affatto scontato che gli stessi principi possano servire, quando, esplose le polveri, categorie di oppressi si trovano privati di ogni elementare diritto da parte di poteri arroganti e sordi che sordi e arroganti resteranno. Saddam è senza dubbio un esempio, un valido rappresentante di tutti quei tiranni che mai si redimeranno. Perciò, considerando una costante la sua indole repressiva e violenta, è difficile vedere come l'oppresso popolo iracheno, da solo o aiutato, possa liberarsene senza ipotizzare un'opposizione che ricorra alle maniere forti. Che poi lo stesso popolo debba liberarsi da altri nemici, forse peggiori, è un altro discorso; anzi, ciò avvalora la tesi per cui in certi contesti le armi della parola, del dialogo e del confronto pacifico nei confronti di chi pacifico non è e non sarà siano inutili e magari confondibili con paura o indecisione. 
La storia ci ha dato e ci dà numerose conferme di quanto affermato. Sarebbe morto da esiliato o da imperatore d'Europa Napoleone, se i re spodestati, spesso tiranni a loro volta, non si fossero alleati contro di lui? Sarebbe morto in un bunker Hitler, se le due superpotenze, con l'ausilio di molti dei nostri nonni, non avessero reagito? E noi Europei avremmo abbandonato i territori d'Oltremare se non ne fossimo stati costretti? Mi chiedo allora: quando finirà l'oppressione per il popolo tibetano, schiacciato da un gigante tra l'indifferenza del mondo? Il loro subire quasi in silenzio è una rara coerenza ai principi della propria cultura, e in quanto tale va ammirato e rispettato, ma non è un modo per risolvere le controversie e combattere le ingiustizie subite, se non, forse, ragionando su un lunghissimo orizzonte temporale.  
Parlando invece dei "nostri" pacifisti emergono, a mio parere, alcune incoerenze, se non generalizzabili alla totalità del movimento, comunque assai frequenti. Perché tanto rumore soltanto sull'operato dell'amministrazione statunitense, sulle multinazionali, su Israele e non ANCHE sulle guerre russe in Cecenia o sulle continue e gravissime violazioni dei diritti umani in Cina? Perché una così diffusa simpatia per l'Intifada palestinese, che, condivisibile o no, nulla ha che spartire con la bandiera della pace? Perché concentrarsi così tanto sulle azioni intraprese dagli Stati Uniti mettendo su un piano troppo relegato i crimini compiuti dai vari tiranni che di volta in volta vengono affrontati (Milosevic, Mullah Omar o Saddam Hussein)? Bisogna evitare di volgere lo sguardo solo dove è comodo, ma cercare di avere una visione la più completa possibile. 
Per gli interventisti è fin troppo facile costruire un discorso logico affermando che la guerra è il male minore e più breve contro QUEI TIRANNI. Ma anche i non interventisti (qualora, appunto, evitino di volgere lo sguardo solo dove è più comodo) non possono prescindere da QUEI TIRANNI, se vogliono argomentare il loro rifiuto in maniera più coerente e quindi più convincente. Trovare e spiegare i motivi che dovrebbero indurre a non muoversi contro Saddam e permettere che continui ad agire indisturbato su milioni di persone: ecco quale deve essere il punto di partenza per giustificare ogni "No" a questa guerra. Sarebbe finalmente una presa di posizione coraggiosa e una risposta pertinente e diretta alla obiezione più frequente rivolta ai pacifisti dagli interventisti, i quali domandano il perchè di una scelta che non spodesterebbe il sanguinario regime dittatoriale dell'Iraq. Invece quasi sempre si controbatte spostando lo sguardo altrove (perlopiù su guerre precedenti o sulle incoerenze degli Stati Uniti). 
Pertinenza, dunque, al posto delle contraddizioni del movimento e dei suoi aderenti. Perché non è corretto marciare per le strade e inveire contro la guerra con la convinzione di essere dalla parte giusta: quella della pace, quella con la coscienza pulita contrapposta all'altra grondante di sangue innocente. Questo cuore candido è sintomo di una consapevolezza ridotta ai minimi termini e quindi del non sapere valutare responsabilmente le possibili conseguenze delle proprie opinioni. Ma consapevolezza e responsabilità sono indispensabili e doverosi quando la posta in palio è così alta.  Indispensabili e doverosi per chiunque. Per coloro che sono d'accordo con il prossimo intervento armato in Iraq e pensano che possa essere utile ad eliminare un regime pericoloso e dannoso anche a livello internazionale: essi devono tenere ben presente che i promotori di quest'azione, istituzioni politiche ed economiche, poco hanno che fare coi bei principi che dicono di perseguire, rappresentando in realtà poteri ipocriti ed antidemocratici che si guardano bene dal manifestarsi e manifestare all'opinione pubblica i propri interessi elitari; un successo dell'operazione Iraq li legittimerebbe ulteriormente. Indispensabili e doverosi anche per coloro che, specularmente, dissentono dalla politica interventista: essi devono essere pronti, qualora prevalesse la loro posizione, ad incassare i ringraziamenti di Saddam, nemico indiscusso della concordia, e delle sue vittime. 
Per questo "guerra o pace?", la domanda più frequente da qualche mese in qua, reca in sé una ingannevole semplificazione e l'illusione che tra i due opposti termini esista una netta linea di demarcazione. L'inganno colpisce specialmente chi pensa sia ovvio scegliere di schierarsi con la pace, senza capire che la realtà è drammaticamente più intricata, al punto che tutti e nessuno possono stare da quella parte. Tutti, anche gli interventisti, ma nessuno, perché pace e giustizia, in Iraq ed in troppi altri luoghi, sono concetti gravemente compromessi, così compromessi che per perseguirli è inevitabile portare al loro altare moltissime vittime sacrificali. Ed è inevitabile inoltre, che non si possa combattere contemporaneamente contro tutti coloro che, a Baghdad come nei centri di potere finanziario dell'Occidente come altrove, stanno contribuendo a trasformare da diritto universale a merce di lusso e privilegio la dignità umana; è inevitabile che tra i numerosi suoi detrattori, qualcuno sia tralasciato, e magari agevolato nei suoi disegni, dalle azioni che sono e saranno intraprese nel nome della lotta alle iniquità. In una tale situazione è necessario capire che nessuno ha il potere magico di compiere una "SCELTA DI PACE", ma, al meglio, una difficile scelta ispirata all'idea del male minore, nella speranza che ciò rappresenti un "MATTONE PER LA PACE". Lo comprendono, per forza di cose, gli interventisti, lo comprenderanno, spero, i pacifisti quando decideranno di smettere i comodi panni del pacifismo per indossare gli altri assai più stretti di un "No" maggiormente consapevole, responsabile e coraggioso. 
 
 
 
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