Epicuro 
 
Praticamente ricopiando un pezzo di “De Crescenzo / Storia della filosofia greca / Da Socrate in poi” direi che ho modo di dire qualcosa di importante, così ecco qui... taglio qualcosetta, aggiungo qualcosetta (mi perdoni De Crescenzo ma qui si fa sintesi - vi raccomando di leggere il libro di De Crescenzo per intero perché è davvero interessante, anzi i suoi libri di filosofia li ho letti quasi tutti). 
 
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Per Epicuro i desideri potevano essere di tre tipi: naturali e necessari, naturali e non necessari, non naturali e non necessari. I piaceri naturali e necessari sono quelli che garantiscono la vita: mangiare, bere, dormire e coprirsi quando fa freddo. Sia chiaro però che stiamo parlando del  mangiare quanto basta, del bere quando si ha sete e dell'indossare un abito adatto alla stagione.  
[...]. I piaceri naturali e non necessari sono quelli che, pur gradevoli ai sensi, rappresentano il superfluo: come, per esempio, il mangiare meglio, il bere meglio, e via di seguito. Un'aragosta o anche solo un buon piatto di pasta e fagioli è senz'altro un piacere naturale e non necessario. Se è possibile averlo senza troppo penare, ben venga, altrimenti «grazie lo stesso», si mangierà quello che c'è. Così pure nel campo dell'arte, o dei buoni sentimenti. Sentenzia Epicuro: «Si onori il bello e la virtù, e ogni altra cosa simile, se recano piacere, sennò, salutatemeli tanto».  
 
I desideri non naturali e non necessari sono quelli indotti dall'opinione. Prendiamo il caso di un Rolex d'oro: sicuramente non è un bene necessario. Se ci piace possederlo, è perché “tutti” lo considerano un oggetto di valore. Se provassimo sul serio un piacere a guardarlo, dovremmo entusiasmarci anche per un Rolex falso. Oggi l'umanità è più attirata dalla firma, che non dalla qualità del prodotto, e la firma, bisogna ammetterlo, non è né naturale, né necessaria.  
[...] Insomma, la regola dell'etica epicurea è elementare: i piaceri naturali e necessari bisogna soddisfarli sempre, altrimenti ne va di mezzo la sopravvivenza; quelli non naturali e non necessari mai, perché sono fonte di competizione; quelli intermedi, solo dopo aver risposto a questa domanda: «Mi conviene o non mi conviene? »  
Per sintetizzare quanto sopra, esponiamo alcune regole auree di Epicuro [...]:  
- Se vuoi far ricco il signor X, non accrescerne gli averi, ma sfrondane i desideri.  
- Facciamo gran conto della frugalità, non perché dobbiamo sempre vivere a stecchetto, ma per essere meno preoccupati.  
- Sciogliamoci dal carcere degli affari e della politica.  
- Meglio dormire senza paura su un giaciglio di foglie, che inquieto in un aureo letto.  
- Nessun piacere è un male in sé, ma possono esser male i mezzi per raggiungerlo, quando recano più turbamenti che gioie.  
- Non sciupare il bene che hai col desiderio di quello che non hai.  
 
In merito al piacere, Epicuro era solito dire: «Il fine della vita è il piacere, ma non il piacere dei dissoluti e dei gaudenti, come credono alcuni ignoranti che non ci vogliono capire, bensì il non soffrire, per quanto riguarda il corpo, e il non turbarsi per quanto riguarda l'anima». Ne deduciamo che l'essere innamorati, dal momento che turba l'anima, non è più un piacere ma una specie di nevrosi [... :-) ].   
Epicuro è per le emozioni medie: un buon pasto, ma senza esagerare, un rapporto amoroso, ma entro certi limiti. Esalta l'amicizia che è per l'appunto un sentimento medio, a metà strada tra l'indifferenza e l'amore.  
 
Per chiarire, invece, cosa sia il piacere, quello vero, basta ascoltare il nostro corpo: «La carne grida: non voglio soffrire la fame, non voglio soffrire la sete, non voglio soffrire il freddo. Chi ritiene di aver già raggiunto questi obiettivi, può considerarsi pari a Zeus in quanto a felicità».  
Tutto questo è molto saggio; difficile è spiegarlo a un ragazzino di quattordici anni che vuole per forza lo scooter.   
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ecco, quando ho letto questo e questa conclusione ho pensato ai bambini che a volte vedo al mare a cui comprano tutto: la bibita il toast e mille altre schifezze (ai miei tempi si mangiava a pasto e al massimo un gelato), che a tre anni già gli fanno scegliere i vestiti o comunque gli comperano cose firmate e inutili... insomma oltre al necessario gli danno anche il superfluo, e anche di più.  
O i bambini di parenti o amici che sono sommersi dai giocattoli quando per me un giocattolo era spesso una conquista da attendere mesi. Questo mi irrita un po’ non solo perché avrò probabilmente in tutto 50 euro addosso tra vestiti e scarpe e non avendo (e non volendo) niente di marca o “chic” in casa a quanto pare sono evidentemente un “epicureo”... ma soprattutto perché non c’è da stupirsi se questi bambini che hanno di tutto e di più diventano adulti demotivati e depressi, questo quando non sono alcolizzati e non si drogano... Hanno tutto, cosa gli resta da conquistare?  
E molte volte non è che chiedano: i genitori danno di tutto e di più semplicemente per non sentirsi da meno nei confronti degli altri genitori (quindi neanche perché immaginano un presunto bene dei figli, ma per il bene loro, una leva psicologica sfruttata abilmente per far cassa), o nei casi + nobili perché i loro figli poverini non si sentano diversi (quindi se tutti si fanno le canne, dai, compriamogliele noi :-) ).  
 
 
Per quello che mi riguarda, non mi interessa tutto ciò che gli altri dicono (o la tv) “è bello” o “serve” o “bisogna”, interessa che interessi a me, e che lo sforzo per ottenerlo sia inferiore al piacere. In altre parole invece di avere l’ultimo cellulare preferisco non lavorare e tenere il vecchio. E i figli se “vogliono” che lavorino.  
Ok, sì, direi che sono epicureo.  
 
 
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